La festa in onore del SS. Crocifisso ricade la terza domenica di settembre, che in origine corrispondeva alla settimana in cui i contadini celebravano la festa della fine del raccolto.
Tali festeggiamenti, nacquero intorno al 1780, anno dell’arrivo del simulacro della croce a Villafrati; tuttavia, notizie certe si hanno solo a partire dal 1880, quando fu istituita la Confraternita del SS. Crocifisso.
La festa, originariamente in tono minore rispetto alle altre, è oggi un’occasione particolarmente sentita dai fedeli villafratesi, che attribuiscono alla celebrazione del SS. Crocifisso un momento di condivisione e ritrovo per i migranti partiti all’estero.
Tradizionalmente i festeggiamenti iniziano il venerdì della seconda settimana di settembre e si protraggono fino alla quarta domenica.
Il venerdì e le due domeniche sono i giorni più importanti della festa, poiché vengono celebrate le messe solenni e si svolgono le tre processioni. Durante quest’ultime, la “vara” con il simulacro del SS. Crocifisso viene portata devotamente a spalla per le vie del paese, seguita da una folla di fedeli che, a piedi scalzi e con ceri accesi, esprimono la loro devozione e gratitudine per le grazie ricevute. Un momento particolare è costituito dalla tradizionale “volata degli angeli”, nella quale due bambine, sotto forma angeliche, proclamano le lodi del SS. Crocifisso ed esortano i fedeli ad avere fede in Lui.
Il sabato è il giorno dedicato per lo più al folklore e all’aspetto puramente profano dei festeggiamenti. è ormai consuetudine, infatti, organizzare un concerto di musica leggera con la partecipazione di cantanti famosi del panorama musicale italiano, vera attrattiva per il paese e le aree limitrofe. Varie iniziative religiose, per tutti i giorni della festa, sensibilizzano le diverse categorie sociali e tutta la comunità. I pomeriggi sono allietati da manifestazioni tradizionali, la banda e i tamburi che sfilano per le vie del paese, gare e tornei sportivi per l’animazione di ragazzi e dei giovani in particolare.
La terza domenica, giorno della festa solenne, si svolge la tradizionale “bardatura dei muli”, una sfilata per le vie del paese di muli riccamente bardati, che anticamente si svolgeva per celebrare l’esito felice del raccolto. Assieme ai muli, sfilano anche i cavalli e i fantini che reggono la “tradizionale torcia floreale”, composizione di fiori di carta con l’effige del Crocifisso. Questo gesto simboleggiava un momento di devozione e di auspici per i tempi avvenire, affidando così le proprie sorti al Simulacro del Santissimo Crocifisso.
Villafrati dista da Palermo poco più di 30 km. e si trova sulle pendici orientali del Monte Busambra, a m. 475 sul livello del mare. Da fonti manoscritte e in particolare da un processo di investimento di Vincenzo De Spuches risulta che il nome “Villafrati” esiste già nel 1600, tra pubblicazioni si nota una notevole imprecisione nella denominazione del territorio: alcune volte si parla espressamente della Masseria o Terra (Feudo – Baronia) di Villafrati, altre volte si parla di Terra o di Paese di Clarastella. Era stata concessa la «licenza di fondazione» per il nuovo centro, da chiamarsi Clarastella nel 1602, ma sino al 1714 il centro Clarastella non contava abitanti poiché, come avverte lo storico Garufi, Clarastella, come altri paesi per i quali era stata concessa la «Licentia Populandi», non fu mai fondata. Il nome del paese di Villatrati non compare nel testo del Garufi che elenca i centri di nuova fondazione perchè dai successori del De Spuches, primo feudatario del Feudo «Di Li Menduli e Masseria denominata di Vii latrati», non fu mai richiesta un’altra «Licentia» per Villafrati.
Dopo alcuni decenni, invece di clarastella, toponimo rimasto ad indicare una collina nei pressi del paese, sorse Villafrati. Infatti, al nuovo centro sono attribuiti i requisiti richiesti nella «Licentia Populandi», ottenuta dal De Spuches e la descrizione del sito è del tutto calzante: una Masseria in un Feudo confinante con le terre di «Bocina e Chifale», distante da Palermo circa sedici miglia, vicino a due passi pericolosi: «Scalilla e Portella Di Blasi», dove i viaggiatori vengono di continuo derubati. Il nuovo feudatario, Pietro Filingeri, che quasi contemporaneamente al De Spuches beneficiario della Licentia Populandi, viene in possesso dei Feudi di Molinazzo, Chiarastella, Villafrati, Amorosa Amo-rosella e Mendola, divenuto genero del De Spuches si servì della Licentia, già concessa, e preferì costruire il nuovo paese nel suo territorio, sulla «pubblica via per la quale si viene a Palermo» (Vito Amico), cioè sulla Regia Trazzera che metteva in comunicazione Palermo con Agrigento.
Il nuovo centro sorge, anche, come punto di appoggio e di ristoro per i viaggiatori, nei pressi, probabilmente, della «Masseria denominata di Villafrati». In analogia alla storia di parecchi villaggi abbandonati che hanno lasciato il loro nome ad un Feudo con Masseria nel Seicento, il quartiere «Casale» di Villafrati, potrebbe nascondere una preesistenza abitativa di età arabo-normanna, abbandonata tra il XIII e il XIV secolo. Il tessuto viario presenta un taglio a scacchiera, poggiato sul terreno che ha notevoli dislivelli, le abitazioni sono raggruppate in stecche a schiera, disposte con tre orientamenti diversi che caratterizzano i tre quartieri: Castello, Casale e «Isola D’Immezzo». Il prospetto della Chiesa Madre è rivolto verso Palermo, o meglio verso la Regia Trazzera che allora era l’unica via di comunicazione con Palermo. Il fronte principale della Casa Baronale conclude, il Complesso Monumentale Baglio – Palazzo Filangeri, con effetto volutamente scenografico, la lunga spina dorsale del paese; la Piazza, che ha come fondali i prospetti delle due più significative emergenze architettoniche, ospita anche i lotti delle case più antiche. Sia il Castello che la Chiesa Madre risentono, nei propri caratteri tipologici e stilistici della corrente artistica barocca. La Matrice è una interpretazione, assai ridimensionata e tardiva, del modello di edificio sacro più diffuso in tutti i borghi tradizionalmente cattolici. Per la Casa Baronale (il Baglio) sembrano evidenti gli agganci con le Ville settecentesche palermitane, anche se qui l’edificio deve ottemperare al duplice compito di centro del potere civile e di dimora temporanea: un blocco stereometrico rustico, articolato da un’ampia terrazza, tutto il pendio del Corso San Marco fa da rampa scenografica alla severa costruzione. La data del primo rivelo risale al 1714, quando ancora non sono sorte le principali emergenze e il quartiere Castello, ma vi è comunque una presenza, seppure esigua, di abitanti. Presumibilmente ancora non si era iniziata l’opera di urbanizzazione e di impianto del paese. Ciò ebbe inizio intorno alla seconda metà del XVIII secolo, quando si impiantano le fabbriche del Castello e della Matrice e con esse il tracciato per il futuro tessuto urbano. Ancora fino al 1755, data del secondo rivelo, sono dichiarate poche case, dislocate nei tre quartieri. Dopo questo periodo i Filingeri, con Don Vincenzo Clemente, Barone, Conte e Principe, danno impulso edilizio al piccolo centro di Villafrati, creando edifici ed infrastrutture che prima non esistevano.
Una lapide marmorea con iscrizione latina, già situata in Via del Ponte, dentro l’abitato di Villafrati (ora posta nel Palazzo Mirto di Via Merlo N. 2 a Palermo) ricordava ai passanti che quel ponte e il corso furono costruiti per munificenza di Don Bernardo Filingeri, Conte di San Marco, Principe di Mirto e Barone di Villafrati, padre di Don Giuseppe Antonio Filingeri, che fu Consigliere di Stato e Direttore Generale dei Ponti delle Strade del Regno (1793). L’espansione edilizia da lavoro per molti anni a centinaia di operai che usano le cave di pietra del luogo, ricavando rilevanti quantità, di gesso che viene trasportato, a dorso di asini, anche nei paesi vicini. Vincenzo Clemente Filingeri Cottone, investito dei poteri l’anno 1725, fa costruire la nuova Parrocchia dedicandola alla SS. Trinità e alla Beata Vergine Immacolata. L’edificio, iniziato nell’anno 1750, viene aperto al culto all’inizio del 1767, come risulta da una testimonianza trascritta nel registro (N. 12) dei battesimi di quell’anno. Esiste inoltre nei locali della Parrocchia una grande dipinto raffigurante Vincenzo Clemente I Filingeri, alle spalle del quale si intravedono le fabbriche del Castello e della Chiesa. Il dipinto è opera del pittore Mariano Randazzo, figlio del grande pittore Filippo, da Nicosia, ed è datato 1772. A Giuseppe Antonio Filingeri, investito dei poteri l’anno 1804, alla morte del padre Bernardo Filingeri, già menzionato per avere sistemato la rete viaria del paese, succede l’unica figlia, Vittoria, la quale attua un antico desiderio del nonno Bernardo, l’edificazione del Collegio di Maria e della Chiesa annessa, dedicata alla Beata Vergine Addolorata. Il Collegio, iniziato intorno al 1860, opera dell’architetto Fiorelli, è stato recentemente abbattuto per costruire i nuovi locali della scuola media.
La chiesa (SS. Crocifisso)
La Chiesa fu costruita l’anno 1745 dalla famiglia Filingeri sul limite della Regia Trazzera (Palermo – Agrigento) e fu dedicata a San Antonino di Padova. Oltre che luogo di culto, fino all’anno 1874, fu adibita a cimitero. Coesistette, nel quartiere Casale alla Chiesa di San Giuseppe (la prima Chiesa Parrocchiale), fino all’anno 1839. Nel 1874, dopo che Villafrati fu collegata alla nuova strada statale 121 e quindi dopo che fu abolita la Regia trazzera, la Chiesa di San Antonio di Padova fu abbattuta e ricostruita nel 1878, a spese del popolo villafratese, allo stesso livello della nuova via Vittorio Emanuele che veniva a collegare il Corso San Marco con la nuova strada nazionale. Il pavimento della Chiesa fu rialzato di 150 centimetri. Dopo la ricostruzione la Chiesa fu dedicata al SS. Crocifisso, di cui già si celebrava, da più di un secolo, la festa la terza domenica di settembre. Della primitiva Chiesa si conserva una statua lignea di San Antonino, di buona fattura di cui si ignora lo scultore e la data di scultura.
Nell’anno 1880 nella Chiesa del Crocifisso fu fondata una delle attuali congregazioni per incrementare il culto al SS. Crocifisso. Il fondatore fu il Reverendo Sacerdote Don Salvatore Sannasardo, vicario foraneo dell’epoca.
Chiesa Santissima Trinità (la chiesa madre)
Don Vincenzo Filingeri, Barone di Villafrati, Conte di San Marco di Alunzio e Principe di Mirto, fu colui che diede eccezionale impulso alla crescita del piccolo paese di Villafrati. Investito dei poteri di Barone, Conte e Principe il 6 aprile dell’anno 1725, alla morte del padre Giuseppe Filingeri.
Nella sua lunga e proficua attività politica fu insignito di ambite onorificenze. Fu cavaliere di San Gennaro, Gentiluomo di Camera del Re Carlo III, Cavaliere del Toson d’Oro, Grande di Spagna di Prima Classe. Fu anche Deputato del Regno di Siciia e Ambasciatore presso il Re Ferdinando. Fu lui che fece costruire il nuovo quartiere ‹‹Castello›› con il ‹‹Baglio››, la nuova Chiesa Madre, dedicata alla SS. Trinità, il Palazzo degli Uffici (il vecchio municipio in piazza), le case che delimitano l’attuale perimetro della piazza e le numerose case rurali per i contadini.
La Chiesa della SS. Trinità ebbe inizio con la posa della prima pietra il giorno di Pentecoste dell’anno 1750. La costruzione della Chiesa a navata unica lunga metri venti e larga metri dieci fu ultimata nell’ottobre del 1765 e fu benedetta il 3 novembre 1765 da Padre Ignazio Travagliante del Monastero dei Padri Brasiliani di Mezzojuso. Vi fu solennemente trasportato il SS. Sacramento, con grande partecipazione di popolo e di forestieri il 4 gennaio del 1767. La nuova parrocchia fu dedicata alla SS. Trinità e alla Beata Vergine Immacolata. Fu arricchita di un Battistero con il fonte in pietra di Castronovo, con copertura in legno intagliato a forma di tabernacolo, le cui pareti interne ottimamente dipinte, raffigurano il Battesimo di Cristo, di un artistico organo a canne, di quattro matronei e di artistiche tele ad olio e statue (tra gli autori: Vinci Randazzo, Guastaferro, Corbella). L’interno è sobrio e solenne, maestosa la facciata in un barocco sereno e lineare.
A suggello di tutta la fabbrica della Chiesa Madre nel 1991 sono state collocate le ante bronzee della Porta che costituiscono l’ultima committenza artistica della Chiesa di Villafrati, che al tempo stesso non contraddice il valore storico della sua fondazione. Infatti, è una porta che racconta attraverso sei pannelli istoriati più due di basamento i motivi salienti della religiosità e della storia di Villafrati (opera dello scultore siciliano Biagio Governale).
Il paese
Villafrati dista da Palermo poco più di 30 km. e si trova sulle pendici orientali del Monte Busambra, a m. 475 livello del mare. Da dizionario topografico della Sicilia di Vito Amico si apprende che il censimento del 1750 contò 319 abitanti e dalle note di Gioacchino Di Marzo al dizionario sono riportati 1486 abitanti nel 1798, 1820 nel 1831 e 2364 nel 1852. Dallo studio degli unici due riveli di Villafrati esistenti all’Archivio di Stato di Palermo si riscontra già un esiguo gruppo di abitanti, appena 45, nel 1714 e 626 nel 1755. Da fonti manoscritte e in particolare da un processo di investimento di Vincenzo De Spuches risulta che il nome Villafrati esiste già nel 1600, tra pubblicazioni si nota una notevole imprecisione nella denominazione del territorio: alcune volte si parla espressamente della Masseria o Terra (Feudo – Baronia) di Villafrati, altre volte si parla di Terra o di Paese di Clarastella. Era stata concessa la «licenza di fondazione» per il nuovo centro, da chiamarsi Clarastella nel 1602, ma sino al 1714 il centro Clarastella non contava abitanti poiché, come avverte lo storico Garufi, Clarastella, come altri paesi per i quali era stata concessa la «Licentia Populandi», non fu mai fondata. Il nome del paese di Villafrati non compare nel testo del Garufi che elenca i centri di nuova fondazione perchè dai successori del De Spuches, primo feudatario del Feudo «Di Li Menduli e Masseria denominata di Villafrati», non fu mai richiesta un’altra «Licentia» per Villafrati.
Dopo alcuni decenni invece di clarastella , toponimo rimasto ad indicare una collina nei pressi del paese, sorse Villafrati. Infatti al nuovo centro sono attribuiti i requisiti richiesti nella «Licentia Populandi», ottenuta dal De Spuches e la descrizione del sito è del tutto calzante: una Masseria in un Feudo confinante con le terre di «Bocina e Chifale», distante da Palermo circa sedici miglia, vicino a due passi pericolosi: «Scalilla e Portella Di Blasi», dove i viaggiatori vengono di continuo derubati. Il nuovo feudatario, Pietro Filingeri, che quasi contemporaneamente al De Spuches beneficiario della Licentia Populandi, viene in possesso dei Feudi di Molinazzo, Chiarastella, Villafrati, Amorosa Amorosella e Mendola, divenuto genero del De Spuches si servì della Licentia, già concessa, e preferì costruire il nuovo paese nel suo territorio, sulla «pubblica via per la quale si viene a Palermo» (Vito Amico), cioè sulla Regia Trazzera che metteva in comunicazione Palermo con Agrigento. Il nuovo centro sorge, anche, come punto di appoggio e di ristoro per i viaggiatori, nei pressi, probabilmente, della «Masseria denominata di Villafrati». In analogia alla storia di parecchi villaggi abbandonati che hanno lasciato il loro nome ad un Feudo con Masseria nel Seicento, il quartiere «Casale» di Villafrati, potrebbe nascondere una preesistenza abitativa di età arabo-normanna, abbandonata tra il XIII e il XIV secolo. Si può ipotizzare una lenta trasformazione del centro rurale, abbandonato dopo la rivolta del villanaggio musulmano in Val dì Mazara, basato, su culture intensive, in Feudo a cultura estensiva, appartenente al Feudo del Castello di «Chifale» (Cefalà), descritto, al tempo di Re Ruggero, come «grazioso paese con un circondario che abbraccia un vasto territorio, ricco di poderi e di casali, di acque fluenti, abbondanti stagni e sconfinate distese di terra da seminare». Questa l’immagine del territorio dove sorgerà il centro di Villafrati. Quindi il quartiere Casale potrebbe essere stato edificato su una antica preesistenza, appartenente al Castello di Cefalà.
Secondo un recente studio sulla storia dell’insediamento nella Sicilia medievale e moderna di Aimard-Bresc i Casali Normanni-Svevi si istallarono su abitazioni precedenti, Bizzantini, Greci o Siculi. Ciò potrebbe inquadrare storicamente il ritrovamento di reperti (databili al III-IV secolo d.C. e di frammenti di ceramica smaltata di epoca araba, rinvenuti in località del centro, che testimoniano un uso abitativo del territorio ancora anteriore ai Normanni. Del Casale oggi è rimasto solo il toponimo, legato ad un quartiere del paese: è scomparso l’originario interessante impianto, coperto dalla maglia regolare geometrica del paese. Nel 1640 abbiamo notizia dell’esistenza di una Chiesa, ubicata presumibilmente nella «Masseria», dedicata nel 1671 a San Giuseppe, come testimoniano i registri degli atti di battesimo dell’Archivio storico della Parrocchia nuova di Villafrati, ma la sua esatta ubicazione non è rintracciabile, come del resto non è possibile localizzare i resti della stessa “Masseria” seicentesca cancellata dal successivo disegno urbano. L’impianto planimetrico di Villafrati risente del clima culturale dei secoli della colonizzazione: il tessuto viario presenta un taglio a scacchiera, poggiato sul terreno che ha notevoli dislivelli, le abitazioni sono raggruppate in stecche a schiera, disposte con tre orientamenti diversi che caratterizzano i tre quartieri: Castello, Casale e «Isola D’Immezzo». Le emergenze sono situate nei luoghi altimetricamente privilegiati dell’abitato: il prospetto della Chiesa Madre è rivolto verso Palermo, o meglio verso la Regia Trazzera che allora era l’unica via di comunicazione con Palermo. II fronte principale della Casa Baronale conclude, con effetto volutamente scenografico, la lunga spina dorsale del paese; la Piazza, che ha come fondali i prospetti delle due più significative emergenze architettoniche, ospita anche i lotti delle case più antiche. Sia il Castello che la Chiesa Madre risentono, nei propri caratteri tipologici e stilistici, del clima culturale della colonizzazione, anche se i modi e le forme sono estremamente semplificati. Ad esempio la Matrice è una interpretazione, assai ridimensionata e tardiva, del modello di edificio sacro più diffuso in tutti Ì paesi cattolici. Per la Casa Baronale (il Baglio) sembrano evidenti gli agganci con le Ville settecentesche palermitane, anche se qui l’edificio deve ottemperare al duplice compito di centro del potere civile e di dimora temporanea: un blocco stereometrico rustico, articolato da un’ampia terrazza, tutto il pendio del Corso San Marco fa da rampa scenografica alla severa costruzione. La data del primo rivelo risale al 1714, quando ancora non sono sorte le principali emergenze e il quartiere Castello, ma vi è comunque una presenza, seppure esigua, di abitanti. Questi rivelanti dichiararono di coltivare terre (vigneti, frutteto e seminativo) in località non precisate di Villafrati, ma posseggono le loro case a Baucina, Ciminna e Mezzojuso. Presumibilmente ancora non si era iniziata l’opera di urbanizzazione e di impianto del paese. Ciò ebbe inizio intorno alla seconda metà del 18° secolo (1750 circa), quando si impiantano le fabbriche del Castello e della Matrice e con esse il tracciato per il futuro tessuto urbano. Ancora fino al 1755, data del secondo rivelo, sono dichiarate poche case, dislocate nei tre quartieri. Dopo questo periodo i Filingeri, con Don Vincenzo Clemente, Barone, Conte e Principe, danno impulso edilizio al piccolo centro di Villafrati, creando edifici ed infrastrutture che prima non esistevano. Una lapide marmorea con iscrizione latina, già situata in Via del Ponte, dentro l’abitato di Villafrati (ora posta nel Palazzo Mirto di Via Merlo N. 2 a Palermo) ricordava ai passanti che quel ponte e il corso furono costruiti per munificenza diDon Bernardo Filingeri, Conte di San Marco, Principe di Mirto e Barone di Villafrati, padre di Don Giuseppe Antonio Filingeri, che fu Consigliere di Stato e Direttore Generale dei Ponti delle Strade del Regno (1793).
L’espansione edilizia da lavoro per molti anni a centinaia di operai che usano le cave di pietra del luogo, ricavando rilevanti quantità, di gesso che viene trasportato, a dorso di asini, anche nei paesi vicini. Vincenzo Clemente Filingeri Cottone, investito dei poteri l’anno 1725, fa costruire la nuova Parrocchia dedicandola alla SS. Trinità e alla Beata Vergine Immacolata. L’edificio, iniziato nell’anno 1750, viene aperto al culto all’inizio del 1767, come risulta da una testimonianza trascritta nel registro (N. 12) dei battesimi di quell’anno. Esiste inoltre nei locali della Parrocchia una grande dipinto raffigurante Vincenzo Clemente Filingeri, alle spalle del quale si intravedono le fabbriche del Castello e della Chiesa. Il dipinto è opera del pittore Mariano Randazzo, figlio del grande pittore Filippo, da Nicosia, ed è datato 1772. A Giuseppe Antonio Filngeri, investito dei poteri l’anno 1804, alla morte del padre Bernardo Filingeri, già menzionato per avere sistemato la rete viaria del paese, succede l’unica figlia, Vittoria, la quale attua un antico desiderio del nonno Bernardo, l’edificazione del Collegio di Maria e della Chiesa annessa, dedicata alla Beata Vergine Addolorata.Il Collegio, iniziato intorno al 1860, opera dell’architetto Fiorelli, è stato recentemente abbattuto per costruire i nuovi locali della scuola media. Villafraii confina con i Comuni di Bolognetta, Cefalà Diana, Baucina, Mezzojuso e Ciminna. Il paese oggi conta circa 3.500 abitanti.
